SPOSERÒ SIMON LE BON: un’opinione

Ci sono dei film che sono come il vino: più invecchiano più acquistano un loro pregio, un loro particolare sapore. Ed è il caso di questo “Sposerò Simon Le Bon”, film prodotto da Claudio Bonivento nel 1986 e diretto da un esordiente Carlo Cotti, già apprezzato regista “colto” di teatro, all’epoca non proprio giovanissimo. 

Il film intendeva cavalcare il successo del caso editoriale dell’anno prima, l’omonimo “romanzo” da cui era tratto, e scritto dalla quindicenne Clizia Gurrado, figlia di Lello Gurrado, l’apprezzato giornalista del Corriere della Sera. Un libro oggi ricordato soprattutto per aver spianato la strada a tutta una serie di romanzi italiani scritti da giovanissimi e per giovanissimi, e che di tanto in tanto hanno costellato fino ai giorni nostri le classifiche dei best seller.

Il film era una commedia romantica giovanilistica, sullo stile del ben più fortunato e apprezzato “Il tempo delle mele”, e raccontava la vita di tutti i giorni della giovanissima Clizia e della sua passione sconsiderata per i Duran Duran, mito pop giovanile di quegli anni.

Aveva la particolarità di essere interpretato da una manciata di giovani figli d’arte quali Barbara Blanc, Luca Lionello, Gian Marco Tognazzi e Giuppy Izzo, e già questo fece storcere il naso a molti: non risultava proprio un’idea simpaticissima mettere insieme un gruppetto di giovani “raccomandati” come protagonisti di un film che volesse raccontare gli adolescenti “comuni” dell’epoca. 

Il film, come tutti sappiamo, si rivelò un flop clamoroso. Nonostante la buona promozione, non risultò nemmeno tra i 100 di maggiore incasso di quella stagione cinematografica.

Ma era un flop che potremmo dire “annunciato”: già in quell’anno il “fenomeno” Duran Duran cominciava a sgonfiarsi, il film non era arrivato esattamente in tempo nel cavalcare l’onda. 

Ma ci sono altre ragioni, ben più valide per cui il lungometraggio non funzionò. 

La prima, la più importante, è che il film aveva come target i fans dei Duran Duran, i cosiddetti duraniani, i quali, a mio avviso, furono parecchio delusi, se non offesi dopo la visione del film. 

Delusi perché non vi è traccia delle canzoni della band, nel film non si raccontano i Duran Duran, della loro estetica, del perché all’epoca piacessero così tanto, essi appaiono di tanto in tanto, come entità vuote e lontane, sui poster attaccati nelle camerette o attraverso lo schermo televisivo, in immagini ricavate dall’allora DeeJay Television o dai notiziari dell’epoca.

Offesi perché i fans vennero rappresentati come degli isterici completamente avulsi dalla realtà`: irritanti ragazzine viziate dalle loro accomodanti e compiaciute famiglie borghesi, personaggi piatti e senza spessore, tesi a rimarcare fino allo sfinimento la loro passione per la band ma senza spiegarne il perché (perché erano “belli”?) e tutto il film si snoda su un livello di superficialità talmente alto, che non si ravvisa nello spettatore nessuna empatia con i personaggi raccontati nel film. Anzi, le protagoniste, per il loro fanatismo esasperato e ossessivo, risultano irritanti e antipatiche. 

La produzione di Claudio Boniventi è tutta un “vorrei ma non posso”, e non ci si sforzò nemmeno di acquistare i diritti per almeno una sola canzone della band, figuriamoci la partecipazione dello stesso Simon Le Bon, come la locandina invece furbescamente voleva far credere ai più ingenui. 

Inoltre, la colonna sonora (prodotta da un team di artisti di punta dell’italo-disco di quel periodo, rinominati per l’occasione The Grop’s Power) seppure col senno di poi risulta molto piacevole, tendeva a scimmiottare le sonorità della band, specie per quel tema che accompagna tutto il film e che ricorda “Wild Boys” al limite del plagio, ma anche a ricreare, senza successo (e non per colpa dei musicisti) quelle atmosfere sognanti alla “Il tempo delle mele” a cui il film voleva, in un certo modo, assomigliare. 

Insomma, un film a basso costo e con alte pretese commerciali, ma malamente scritto, recitato e doppiato. Per tutta la visione si ravvisa un ché di posticcio, di “costruito”, tanto che lo spettatore non cede mai a quella “sospensione dell’incredulità” per appassionarsi alle, seppur banalissime, vicende raccontate. 

Di tutto il film salverei le immagini, ben fotografate, molte delle quali girate a Milano “dal vero”, nel senso che non vi sono delle messe in scena, ma sembrano “rubate” dalla strada, a giovani inconsapevoli di essere ripresi. Ed è questa la forza del film, per cui, oggi viene ancora ricordato. 

In quelle immagini della Milano degli anni ‘80, coloratissime e piacevolissime, si ravvisa un’energia iconografica che racconta, forse anche senza volerlo, l’estetica giovanile degli anni ’80, soprattutto quella “paninara”. Anzi, a quanto mi risulta, questo è l’unico film, che seppure con i suoi limiti, racconta di questo fenomeno, non solo nell’abbigliamento, ma anche nella scrittura dei dialoghi, che cerca disperatamente di scimmiottare quel gergo, e in alcuni casi ci riesce. 

E a proposito di dialoghi, si ravvisano a tratti cenni di buona scrittura, soprattutto nei primi 15 minuti, ma la qualità risulta incostante, anzi più ci si addentra nel film, più essa peggiora, come se fosse stato iniziata da un autore e terminata da un altro. 

Dicevo all’inizio di questo post che alcuni film sono come il vino, più invecchiano e più diventano buoni, e questo film, all’epoca bistrattato, oggi è considerato un cult da molti, per la sua capacità postuma di aver saputo fotografare un esatto periodo storico in maniera molto nitida. È un film che, a guardarlo oggi, sprigiona inevitabilmente un autentico moto di nostalgia, specie in coloro che hanno vissuto quegli anni da adolescenti, specie se a Milano e specie in coloro che aderivano al movimento “paninaro”. 

Proprio perché all’epoca voleva essere giovanile e calato nei tempi, il film racconta quel periodo, forse senza volerlo, con una forza documentaristica all’epoca non ravvisabile. E questo risulta essere il rovescio positivo della medaglia di un film che parla di giovani e che vuole essere “ggiovane” ma diretto (e ci si chiede perché) da un regista all’epoca quasi cinquantenne e artisticamente “colto”.

Si racconta tra le altre cose, con un occhio quasi sociologico, di quando si andava a mangiare al Burghy, di quando il sabato pomeriggio si andava alle Messaggerie Musicali, non solo ad informarsi sulle nuove uscite e ad acquistare dischi, ma anche per acquistare poster e fotografie dei propri beniamini pop, o di quando, andando in giro con le Timberland, si rischiava di esserne derubati. Ma anche dell’ascendenza che all’epoca aveva il mezzo televisivo sui giovanissimi, attraverso trasmissioni musicali come la già citata DeeJay Television. 

Un film da rivedere, dunque, e da apprezzare per le ragioni da me elencate, ma con un occhio distaccato rispetto ai dialoghi, alla recitazione e alle scene rappresentate, perché risultano piuttosto inverosimili, se non irritanti.

Un commento

  1. Recensione perfettamente calzante, a tutti i livelli; soprattutto per gli aspetti che analizzano come all’epoca fu percepito il film da chi era il target designato per il film. Per motivi di età, in quel target c’ero anch’io e ricordo bene l’imbarazzo provato sul piano del linguaggio filmico e la delusione per la visione stereotipata dell’essere ‘fans’. Potendolo descrivere con altro organo di senso, la sensazione che il film mi lasciò era simile a quel gusto legnoso amarognolo che ti rimaneva in bocca dopo aver mangiato un ghiacciolo e succhiavi lo stecco. Naturalmente, a guardarci oggi da lontano, anche quello stecco ci riporta (inconsapevolmente) alla memoria immagini di un’epoca ormai lontana. Grazie, le tue recensioni sono sempre stimolanti e piacevolissime.

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