“Le avventure di Pinocchio”, il celebre sceneggiato di Comencini che debuttò sulla Rete Uno Rai, nell’aprile del 1972, e trasmesso originariamente in cinque puntate, è oggi riconosciuto come un capolavoro insuperabile della televisione italiana, amatissimo da ben tre generazioni.


Un capolavoro che però non nacque sotto una buona stella: sia la produzione che la messa in onda furono accompagnate da polemiche, critiche feroci, e ben tre tentativi di bloccarne la diffusione.
Nonostante le “forze contrarie”, ebbe da subito un enorme successo di pubblico: i giornali dell’epoca raccontano dell’ascolto record, alla prima messa in onda, di circa 26 milioni di telespettatori a puntata.
Da un articolo de La Stampa dell’epoca si legge:
𝘚𝘪 𝘤𝘢𝘭𝘤𝘰𝘭𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘶 𝘥𝘪𝘦𝘤𝘪 𝘤𝘢𝘧𝘧𝘦́ 𝘥𝘦𝘭 𝘤𝘦𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘥𝘪 𝘔𝘪𝘭𝘢𝘯𝘰, 𝘯𝘰𝘷𝘦 𝘢𝘷𝘦𝘷𝘢𝘯𝘰 𝘪𝘭 𝘵𝘦𝘭𝘦𝘷𝘪𝘴𝘰𝘳𝘦 𝘢𝘤𝘤𝘦𝘴𝘰 𝘴𝘪𝘯𝘵𝘰𝘯𝘪𝘻𝘻𝘢𝘵𝘰 𝘴𝘶𝘭 “𝘕𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦”, 𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘳𝘢𝘴𝘮𝘦𝘵𝘵𝘦𝘷𝘢 𝘢𝘱𝘱𝘶𝘯𝘵𝘰 𝘗𝘪𝘯𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰. 𝘌 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘪𝘯𝘰 𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘪 𝘤𝘶𝘰𝘤𝘩𝘪, 𝘱𝘳𝘰𝘧𝘪𝘵𝘵𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘰𝘳𝘢 𝘮𝘦𝘯𝘰 𝘤𝘢𝘰𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘢𝘪 𝘧𝘰𝘳𝘯𝘦𝘭𝘭𝘪, 𝘩𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘴𝘦𝘨𝘶𝘪𝘵𝘰 𝘭𝘰 𝘴𝘤𝘦𝘯𝘦𝘨𝘨𝘪𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘊𝘰𝘮𝘦𝘯𝘤𝘪𝘯𝘪 𝘴𝘶 𝘢𝘱𝘱𝘢𝘳𝘦𝘤𝘤𝘩𝘪 𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢𝘵𝘪𝘭𝘪. 𝘘𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘗𝘪𝘯𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰 𝘦̀ 𝘢𝘯𝘥𝘢𝘵𝘰 𝘢 𝘥𝘰𝘳𝘮𝘪𝘳𝘦, 𝘫𝘶𝘬𝘦-𝘣𝘰𝘹 𝘦 𝘧𝘭𝘪𝘱𝘱𝘦𝘳𝘴 𝘩𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘳𝘪𝘱𝘳𝘦𝘴𝘰 𝘪𝘭 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘢𝘣𝘪𝘵𝘶𝘢𝘭𝘦 “𝘨𝘳𝘢𝘤𝘤𝘩𝘪𝘢𝘳𝘦”. 𝘗𝘶𝘳𝘦 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘦𝘨𝘰𝘻𝘪𝘰 𝘥𝘪 𝘦𝘭𝘦𝘵𝘵𝘳𝘰𝘥𝘰𝘮𝘦𝘴𝘵𝘪𝘤𝘪 𝘩𝘢 𝘭𝘢𝘴𝘤𝘪𝘢𝘵𝘰 𝘢𝘤𝘤𝘦𝘴𝘰 𝘪𝘭 𝘷𝘪𝘥𝘦𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘱𝘶𝘣𝘣𝘭𝘪𝘤𝘪𝘻𝘻𝘢𝘳𝘦 𝘯𝘶𝘰𝘷𝘪 𝘮𝘰𝘥𝘦𝘭𝘭𝘪 𝘥𝘪 𝘵𝘦𝘭𝘦𝘷𝘪𝘴𝘰𝘳𝘦. 𝘌 𝘗𝘪𝘯𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰 𝘩𝘢 “𝘤𝘢𝘵𝘵𝘶𝘳𝘢𝘵𝘰” 𝘷𝘢𝘳𝘪 𝘤𝘶𝘳𝘪𝘰𝘴𝘪.
Cosa dicevano i critici?
Ecco alcuni stralci tratti da un articolo sempre de La Stampa a firma di Ugo Buzzolan:
𝘋’𝘢𝘤𝘤𝘰𝘳𝘥𝘰. 𝘖𝘨𝘯𝘶𝘯𝘰 𝘗𝘪𝘯𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰, 𝘴𝘦 𝘭𝘰 𝘷𝘦𝘥𝘦 𝘢 𝘮𝘰𝘥𝘰 𝘴𝘶𝘰, 𝘱𝘦𝘳𝘰̀ 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘦 𝘮𝘦𝘵𝘢𝘮𝘰𝘳𝘧𝘰𝘴𝘪 𝘥𝘢𝘷𝘷𝘦𝘳𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘤𝘰𝘯𝘷𝘪𝘯𝘤𝘰𝘯𝘰. (…) 𝘓𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘱𝘶𝘳𝘵𝘳𝘰𝘱𝘱𝘰 𝘪𝘭 𝘳𝘪𝘵𝘮𝘰. 𝘐𝘭 𝘥𝘪𝘧𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘢 𝘱𝘶𝘯𝘵𝘢𝘵𝘢 𝘦̀ 𝘳𝘪𝘮𝘢𝘴𝘵𝘰 𝘵𝘢𝘭𝘦 𝘦 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘦 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘦𝘤𝘰𝘯𝘥𝘢. (…) 𝘓𝘶𝘯𝘨𝘢𝘨𝘨𝘪𝘯𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘳𝘢 𝘭’𝘢𝘭𝘵𝘳𝘰 𝘧𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘱𝘢𝘭𝘦𝘴𝘦𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘢 𝘱𝘶𝘨𝘯𝘪 𝘤𝘰𝘯 𝘭’𝘦𝘴𝘴𝘦𝘯𝘻𝘪𝘢𝘭𝘪𝘵𝘢̀ 𝘦 𝘭𝘢 𝘳𝘢𝘱𝘪𝘥𝘪𝘵𝘢̀ 𝘥𝘦𝘭 𝘭𝘪𝘣𝘳𝘰, 𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘥 𝘰𝘨𝘯𝘪 𝘴𝘦𝘲𝘶𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘪𝘳𝘦 𝘊𝘰𝘭𝘭𝘰𝘥𝘪 𝘣𝘳𝘰𝘯𝘵𝘰𝘭𝘢𝘳𝘦: “𝘚𝘶𝘷𝘷𝘪𝘢, 𝘯𝘰𝘯 𝘧𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘵𝘳𝘰𝘱𝘱𝘰 𝘪 𝘨𝘳𝘶𝘭𝘭𝘪, 𝘴𝘱𝘪𝘤𝘤𝘪𝘢𝘮𝘰𝘤𝘪”.

Non fu più clemente il critico del Corriere della Sera che si firmava Mosca e che scrisse:
𝘜𝘤𝘤𝘪𝘴𝘢 𝘭𝘢 𝘧𝘢𝘷𝘰𝘭𝘢 𝘯𝘦𝘭 𝘗𝘪𝘯𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰 𝘵𝘦𝘭𝘦𝘷𝘪𝘴𝘪𝘷𝘰. “𝘕𝘰𝘯 𝘴𝘪 𝘱𝘰𝘵𝘦𝘷𝘢 𝘧𝘢𝘳𝘦 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪 “ 𝘥𝘪𝘤𝘰𝘯𝘰: 𝘮𝘢 𝘢𝘭𝘭𝘰𝘳𝘢 𝘦𝘳𝘢 𝘮𝘦𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘭𝘢𝘴𝘤𝘪𝘢𝘳 𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦! 𝘋𝘪𝘳𝘦𝘵𝘦: “𝘮𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘢𝘣𝘣𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘷𝘪𝘴𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘭 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘰 𝘥𝘪 𝘤𝘪𝘯𝘲𝘶𝘦 𝘦𝘱𝘪𝘴𝘰𝘥𝘪, 𝘢𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘪𝘢𝘮𝘰𝘯𝘦 𝘶𝘯 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘰 𝘱𝘢𝘪𝘰 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘢 𝘥𝘪 𝘥𝘢𝘳𝘦 𝘶𝘯 𝘨𝘪𝘶𝘥𝘪𝘻𝘪𝘰 𝘯𝘦𝘨𝘢𝘵𝘪𝘷𝘰”.
𝘊’𝘦̀ 𝘱𝘰𝘤𝘰 𝘥𝘢 𝘢𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘢𝘳𝘦. 𝘚𝘣𝘢𝘨𝘭𝘪𝘢𝘵𝘰 𝘪𝘯 𝘱𝘢𝘳𝘵𝘦𝘯𝘻𝘢, 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘱𝘰𝘷𝘦𝘳𝘰 𝘵𝘦𝘭𝘦𝘱𝘪𝘯𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘱𝘰𝘵𝘳𝘢̀ 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘶𝘯 𝘴𝘦𝘨𝘶𝘪𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘦𝘳𝘳𝘰𝘳𝘪. 𝘘𝘶𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘮𝘦𝘳𝘢𝘷𝘪𝘨𝘭𝘪𝘰𝘴𝘢 𝘧𝘢𝘷𝘰𝘭𝘢, 𝘤𝘩𝘦 𝘧𝘢𝘷𝘰𝘭𝘢 𝘷𝘰𝘭𝘦𝘵𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘪𝘢 𝘴𝘦 𝘦̀ 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘢 𝘶𝘤𝘤𝘪𝘴𝘢 𝘥𝘰𝘱𝘰 𝘤𝘪𝘯𝘲𝘶𝘦 𝘮𝘪𝘯𝘶𝘵𝘪? (…) 𝘊𝘰𝘴’𝘢𝘭𝘵𝘳𝘰, 𝘱𝘰𝘷𝘦𝘳𝘦𝘵𝘵𝘰, 𝘴𝘪 𝘱𝘰𝘵𝘦𝘷𝘢 𝘱𝘳𝘦𝘵𝘦𝘯𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘧𝘢𝘤𝘦𝘴𝘴𝘦? 𝘝𝘦 𝘭𝘰 𝘥𝘪𝘤𝘰 𝘴𝘶𝘣𝘪𝘵𝘰: 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘪 𝘢𝘴𝘵𝘦𝘯𝘦𝘴𝘴𝘦 𝘥𝘢𝘭 𝘧𝘢𝘳𝘭𝘰, 𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘭 𝘮𝘢𝘴𝘴𝘪𝘮𝘰, 𝘴𝘦 𝘱𝘳𝘰𝘱𝘳𝘪𝘰 𝘨𝘭𝘪 𝘴𝘤𝘢𝘱𝘱𝘢𝘷𝘢, 𝘤𝘩𝘦 𝘮𝘰𝘥𝘦𝘴𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘴𝘪 𝘭𝘪𝘮𝘪𝘵𝘢𝘴𝘴𝘦 𝘢 𝘶𝘯 “𝘝𝘢𝘳𝘪𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘥𝘪 𝘓𝘶𝘪𝘨𝘪 𝘊𝘰𝘮𝘦𝘯𝘤𝘪𝘯𝘪 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘦 𝘢𝘷𝘷𝘦𝘯𝘵𝘶𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘗𝘪𝘯𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰”. 𝘍𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘷𝘶𝘰𝘭𝘦, 𝘭𝘢 𝘛𝘝: 𝘤𝘪 𝘥𝘪𝘢 𝘊𝘢𝘯𝘻𝘰𝘯𝘪𝘴𝘴𝘪𝘮𝘢, 𝘤𝘪 𝘥𝘪𝘢 𝘊𝘢𝘳𝘰𝘴𝘦𝘭𝘭𝘰, 𝘮𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘤𝘪 𝘪𝘯𝘲𝘶𝘪𝘯𝘪 𝘗𝘪𝘯𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪𝘰, 𝘭’𝘶𝘯𝘪𝘤𝘰 𝘴𝘰𝘳𝘴𝘰 𝘥’𝘢𝘤𝘲𝘶𝘢 𝘱𝘶𝘳𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘧𝘰𝘴𝘴𝘦 𝘳𝘪𝘮𝘢𝘴𝘵𝘰 𝘪𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘐𝘵𝘢𝘭𝘪𝘢 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘢 𝘥𝘢 𝘴𝘢𝘭𝘷𝘢𝘳𝘦.
Riguardo ai tre tentativi di bloccarne la diffusione, il primo sequestro dei negativi della pellicola (avvenuto prima del debutto) fu in seguito alla denuncia del celebre Carlo Rambaldi, coinvolto nella progettazione del “burattino” ma che non fu né pagato né accreditato.
I burattini da lui progettati non furono utilizzati, ma fu sfruttato il meccanismo da lui inventato e con il quale venivano animati. Il caso si risolse immediatamente con un “accordo economico”, seppure Comencini disse:
“𝘐𝘯 𝘶𝘯 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘰 𝘮𝘰𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘙𝘢𝘮𝘣𝘢𝘭𝘥𝘪 𝘩𝘢 𝘳𝘦𝘤𝘭𝘢𝘮𝘢𝘵𝘰 𝘪 𝘥𝘪𝘳𝘪𝘵𝘵𝘪 𝘢𝘳𝘵𝘪𝘴𝘵𝘪𝘤𝘪, 𝘮𝘢 𝘪 𝘱𝘳𝘰𝘨𝘦𝘵𝘵𝘪 𝘥𝘢 𝘭𝘶𝘪 𝘱𝘳𝘦𝘱𝘢𝘳𝘢𝘵𝘪 𝘯𝘰𝘯 𝘦𝘳𝘢𝘯𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘳𝘪𝘧𝘢𝘤𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘥𝘪 𝘶𝘯𝘢 𝘤𝘪𝘯𝘲𝘶𝘢𝘯𝘵𝘪𝘯𝘢 𝘥𝘪 𝘥𝘪𝘴𝘦𝘨𝘯𝘪 𝘥𝘦𝘭 𝘊𝘩𝘪𝘰𝘴𝘵𝘳𝘪: 𝘱𝘰𝘪 𝘩𝘢 𝘥𝘦𝘯𝘶𝘯𝘤𝘪𝘢𝘵𝘰 𝘭’𝘰𝘳𝘪𝘨𝘪𝘯𝘢𝘭𝘪𝘵𝘢̀ 𝘥𝘦𝘪 𝘮𝘰𝘷𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘮𝘦𝘤𝘤𝘢𝘯𝘪𝘤𝘪 𝘥𝘦𝘭 𝘣𝘶𝘳𝘢𝘵𝘵𝘪𝘯𝘰 𝘥𝘢 𝘭𝘶𝘪 𝘪𝘥𝘦𝘢𝘵𝘪, 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘪𝘭 𝘴𝘪𝘴𝘵𝘦𝘮𝘢 𝘦̀ 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘶𝘯𝘪𝘷𝘦𝘳𝘴𝘢𝘭𝘦 𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘪𝘶𝘵𝘰 𝘦 𝘶𝘴𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘢 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪, 𝘤𝘩𝘪𝘴𝘴𝘢̀ 𝘥𝘢 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘢𝘯𝘯𝘪”.
(La Stampa)

Il secondo sequestro avvenne subito dopo la messa in onda dei cinque episodi in seguito alla denuncia dell’Ente Protezione Animali secondo il quale
“𝘈𝘭𝘤𝘶𝘯𝘪 𝘴𝘰𝘮𝘢𝘳𝘪 𝘴𝘢𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦𝘳𝘰 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘪 𝘴𝘰𝘵𝘵𝘰𝘱𝘰𝘴𝘵𝘪 𝘢 𝘨𝘳𝘢𝘷𝘪 𝘷𝘪𝘰𝘭𝘦𝘯𝘻𝘦.
𝘈𝘭𝘭𝘦 𝘢𝘤𝘤𝘶𝘴𝘦 𝘮𝘰𝘴𝘴𝘦𝘨𝘭𝘪, 𝘊𝘰𝘮𝘦𝘯𝘤𝘪𝘯𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘢 𝘢 𝘴𝘶𝘢 𝘷𝘰𝘭𝘵𝘢 𝘮𝘪𝘯𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘴𝘱𝘰𝘳𝘨𝘦𝘳𝘦 𝘲𝘶𝘦𝘳𝘦𝘭𝘢 𝘱𝘦𝘳 𝘥𝘪𝘧𝘧𝘢𝘮𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦, 𝘩𝘢 𝘥𝘪𝘤𝘩𝘪𝘢𝘳𝘢𝘵𝘰: “𝘓𝘦 𝘣𝘰𝘵𝘵𝘦 𝘪𝘯𝘧𝘭𝘪𝘵𝘵𝘦 𝘥𝘢𝘭 𝘥𝘰𝘮𝘢𝘵𝘰𝘳𝘦 𝘢𝘭 𝘴𝘰𝘮𝘢𝘳𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘦𝘳𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘢𝘵𝘦 𝘤𝘰𝘯 𝘶𝘯 𝘣𝘢𝘴𝘵𝘰𝘯𝘤𝘪𝘯𝘰 𝘧𝘭𝘦𝘴𝘴𝘪𝘣𝘪𝘭𝘦 𝘥𝘪 𝘱𝘭𝘢𝘴𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘦 𝘪𝘭 𝘧𝘳𝘢𝘴𝘵𝘶𝘰𝘯𝘰 𝘶𝘥𝘪𝘵𝘰 𝘪𝘯 𝘪𝘯 𝘵𝘳𝘢𝘴𝘮𝘪𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘦̀ 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘪𝘯𝘴𝘦𝘳𝘪𝘵𝘰 𝘪𝘯 𝘧𝘢𝘴𝘦 𝘥𝘪 𝘮𝘰𝘯𝘵𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰”.
𝘘𝘶𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘦 𝘧𝘳𝘢𝘵𝘵𝘶𝘳𝘦 𝘊𝘰𝘮𝘦𝘯𝘤𝘪𝘯𝘪 𝘩𝘢 𝘱𝘳𝘦𝘤𝘪𝘴𝘢𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘢 𝘤𝘢𝘥𝘶𝘵𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭’𝘢𝘯𝘪𝘮𝘢𝘭𝘦 𝘦̀ 𝘱𝘶𝘳𝘢 𝘧𝘪𝘯𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦: “𝘲𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘭’𝘢𝘴𝘪𝘯𝘰 𝘴𝘦𝘮𝘣𝘳𝘢 𝘤𝘢𝘥𝘦𝘳𝘦 – 𝘩𝘢 𝘥𝘦𝘵𝘵𝘰 – 𝘪𝘯 𝘳𝘦𝘢𝘭𝘵𝘢̀ 𝘴𝘪 𝘴𝘪𝘦𝘥𝘦 𝘴𝘰𝘭𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰. 𝘈𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘢 𝘤𝘢𝘥𝘶𝘵𝘢 𝘪𝘯 𝘢𝘤𝘲𝘶𝘢 𝘴𝘢𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘧𝘪𝘯𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦. 𝘈𝘭 𝘴𝘶𝘰 𝘱𝘰𝘴𝘵𝘰 𝘪𝘯𝘧𝘢𝘵𝘵𝘪, 𝘤𝘪 𝘦̀ 𝘧𝘪𝘯𝘪𝘵𝘰 𝘶𝘯 𝘧𝘢𝘯𝘵𝘰𝘤𝘤𝘪𝘰. 𝘐𝘭 𝘴𝘰𝘮𝘢𝘳𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘪𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘢𝘱𝘱𝘢𝘳𝘵𝘪𝘦𝘯𝘦 𝘢 𝘶𝘯 𝘤𝘪𝘳𝘤𝘰, 𝘦̀ 𝘢𝘥𝘥𝘦𝘴𝘵𝘳𝘢𝘵𝘰”.
𝘚𝘦𝘮𝘣𝘳𝘢 𝘲𝘶𝘪𝘯𝘥𝘪 𝘢𝘴𝘴𝘢𝘪 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘯𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘭 𝘥𝘰𝘤𝘪𝘭𝘦 𝘲𝘶𝘢𝘥𝘳𝘶𝘱𝘦𝘥𝘦 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘢 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘰 “𝘴𝘢𝘤𝘳𝘪𝘧𝘪𝘤𝘢𝘵𝘰”. 𝘓𝘰 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘱𝘳𝘰𝘱𝘳𝘪𝘦𝘵𝘢𝘳𝘪𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘤𝘪𝘳𝘤𝘰 𝘴𝘪 𝘦̀ 𝘢𝘧𝘧𝘳𝘦𝘵𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘢 𝘴𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪𝘳𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘭 𝘴𝘶𝘰 𝘢𝘯𝘪𝘮𝘢𝘭𝘦 𝘢𝘣𝘣𝘪𝘢 𝘴𝘶𝘣𝘪𝘵𝘰 𝘢𝘯𝘨𝘩𝘦𝘳𝘪𝘦 𝘰 𝘮𝘢𝘭𝘵𝘳𝘢𝘵𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪”
(Corriere della Sera).

Anche questo caso si risolse in un nulla di fatto.
Il terzo tentativo di sequestro della pellicola, invece, avvenne in seguito a un esposto presentato da non si sa bene chi, che denunciava lo sfruttamento del piccolo Andrea, protagonista dello sceneggiato:
𝘈𝘥𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘴𝘪 𝘳𝘢𝘤𝘤𝘰𝘯𝘵𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘶𝘳𝘢𝘯𝘵𝘦 𝘭𝘦 𝘳𝘪𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦 𝘈𝘯𝘥𝘳𝘦𝘢 𝘢𝘯𝘥𝘢𝘷𝘢 𝘪𝘯 𝘨𝘪𝘳𝘰 𝘢 𝘱𝘪𝘦𝘥𝘪 𝘯𝘶𝘥𝘪 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘢 𝘯𝘦𝘷𝘦, 𝘳𝘪𝘮𝘢𝘯𝘦𝘷𝘢 𝘯𝘦𝘭𝘭’𝘢𝘤𝘲𝘶𝘢 𝘨𝘦𝘭𝘢𝘵𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘯𝘰𝘵𝘵𝘦 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘳𝘢, 𝘪𝘯𝘥𝘰𝘴𝘴𝘢𝘷𝘢 𝘴𝘰𝘭𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘶𝘯 𝘵𝘶𝘯𝘪𝘤𝘩𝘦𝘵𝘵𝘢 𝘥𝘪 𝘵𝘦𝘭𝘢 𝘯𝘦𝘭 𝘧𝘳𝘦𝘥𝘥𝘰 𝘦 𝘯𝘦𝘭 𝘷𝘦𝘯𝘵𝘰, 𝘱𝘳𝘦𝘯𝘥𝘦𝘷𝘢 𝘴𝘦𝘤𝘤𝘩𝘪𝘢𝘵𝘦 𝘥’𝘢𝘤𝘲𝘶𝘢 𝘨𝘦𝘭𝘢𝘵𝘢 𝘯𝘦𝘭 𝘮𝘦𝘴𝘦 𝘥𝘪 𝘮𝘢𝘳𝘻𝘰, 𝘳𝘪𝘶𝘴𝘤𝘪𝘷𝘢 𝘢 𝘳𝘪𝘮𝘢𝘯𝘦𝘳𝘦 𝘴𝘷𝘦𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘨𝘳𝘢𝘻𝘪𝘦 𝘢 𝘳𝘪𝘯𝘯𝘰𝘷𝘢𝘵𝘪 𝘦 𝘤𝘳𝘶𝘥𝘦𝘭𝘪 𝘱𝘪𝘻𝘻𝘪𝘤𝘰𝘵𝘵𝘪
(Corriere della Sera)



Lapidaria la reazione del regista che nello stesso articolo diceva:
𝘕𝘰𝘯 𝘩𝘰 𝘯𝘪𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘥𝘢 𝘴𝘱𝘪𝘦𝘨𝘢𝘳𝘦, 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘨𝘪𝘴𝘵𝘳𝘢𝘵𝘶𝘳𝘢 𝘢𝘤𝘤𝘦𝘳𝘵𝘦𝘳𝘢̀ 𝘪 𝘧𝘢𝘵𝘵𝘪. 𝘚𝘶𝘭 𝘱𝘪𝘢𝘯𝘰 𝘱𝘦𝘳𝘴𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘴𝘢𝘳𝘦𝘪 𝘢𝘥𝘥𝘰𝘭𝘰𝘳𝘢𝘵𝘰 𝘴𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘪 𝘵𝘳𝘢𝘵𝘵𝘢𝘴𝘴𝘦 𝘥𝘪 𝘢𝘤𝘤𝘶𝘴𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘪̀ 𝘳𝘪𝘥𝘪𝘤𝘰𝘭𝘦 𝘥𝘢 𝘧𝘢𝘳 𝘴𝘰𝘳𝘨𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘪 𝘥𝘶𝘣𝘣𝘪. (…) 𝘋𝘪𝘤𝘰 𝘴𝘰𝘭𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘰 𝘵𝘳𝘢𝘵𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘈𝘯𝘥𝘳𝘦𝘢 – 𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘪̀ 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘪 𝘣𝘢𝘮𝘣𝘪𝘯𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘭𝘢𝘷𝘰𝘳𝘢𝘵𝘰 𝘯𝘦𝘪 𝘮𝘪𝘦𝘪 𝘧𝘪𝘭𝘮 – 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘶𝘯 𝘧𝘪𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘶𝘯 𝘢𝘵𝘵𝘰𝘳𝘦, 𝘤𝘪𝘰𝘦̀ 𝘤𝘰𝘯 𝘢𝘧𝘧𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘦 𝘵𝘦𝘯𝘦𝘳𝘦𝘻𝘻𝘢. 𝘛𝘶𝘵𝘵𝘦 𝘭𝘦 𝘪𝘯𝘴𝘪𝘯𝘶𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘦 𝘧𝘢𝘵𝘵𝘦 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘢𝘴𝘴𝘶𝘳𝘥𝘦. 𝘈𝘯𝘥𝘳𝘦𝘢, 𝘥𝘶𝘳𝘢𝘯𝘵𝘦 𝘭𝘢 𝘭𝘢𝘷𝘰𝘳𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦, 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘮𝘢𝘪 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘮𝘢𝘭𝘢𝘵𝘰, 𝘯𝘰𝘯 𝘩𝘢 𝘮𝘢𝘪 𝘢𝘷𝘶𝘵𝘰 𝘯𝘦𝘮𝘮𝘦𝘯𝘰 𝘶𝘯 𝘳𝘢𝘧𝘧𝘳𝘦𝘥𝘥𝘰𝘳𝘦 𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘩𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘥𝘶𝘵𝘰 𝘭’𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘴𝘤𝘰𝘭𝘢𝘴𝘵𝘪𝘤𝘰, 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘩𝘢 𝘴𝘶𝘱𝘦𝘳𝘢𝘵𝘰 𝘣𝘳𝘪𝘭𝘭𝘢𝘯𝘵𝘦𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘭’𝘦𝘴𝘢𝘮𝘦 𝘦𝘥 𝘦̀ 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘱𝘳𝘰𝘮𝘰𝘴𝘴𝘰.
Nello stesso periodo, il padre di Balestri, un imbianchino disoccupato di 42 anni, e padre di 5 figli, riempiva le cronache dei giornali, poiché denunciato dalla moglie per aver abbandonato “il tetto coniugale” e aver intrapreso una relazione con una ragazza di 17 anni con cui era andato a vivere insieme e da cui aspettava un bambino.
L’uomo curava gli interessi del figlio, da cui tratteneva il 50% dei guadagni.
In un’intervista su La Stampa diceva
𝘊𝘰𝘪 𝘴𝘰𝘭𝘥𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘢 𝘨𝘶𝘢𝘥𝘢𝘨𝘯𝘢𝘵𝘰 𝘈𝘯𝘥𝘳𝘦𝘢 𝘢𝘣𝘣𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘱𝘢𝘨𝘢𝘵𝘰 𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘪 𝘥𝘦𝘣𝘪𝘵𝘪. 𝘈𝘥𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘱𝘳𝘦𝘯𝘥𝘦 300.000 𝘭𝘪𝘳𝘦 𝘢𝘭 𝘮𝘦𝘴𝘦. 𝘌̀ 𝘷𝘦𝘳𝘰, 150 𝘮𝘪𝘭𝘢 𝘭𝘪𝘳𝘦 𝘭𝘦 𝘱𝘳𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘮𝘦. 𝘔𝘪 𝘴𝘦𝘮𝘣𝘳𝘢 𝘥𝘪 𝘢𝘷𝘦𝘳𝘯𝘦 𝘪𝘭 𝘥𝘪𝘳𝘪𝘵𝘵𝘰, 𝘥𝘰𝘱𝘰 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘪 𝘴𝘢𝘤𝘳𝘪𝘧𝘪𝘤𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘩𝘰 𝘧𝘢𝘵𝘵𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘤𝘳𝘦𝘴𝘤𝘦𝘳𝘦 𝘭𝘶𝘪 𝘦 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪 𝘧𝘪𝘨𝘭𝘪. 𝘖𝘵𝘵𝘢𝘯𝘵𝘢𝘮𝘪𝘭𝘢 𝘭𝘪𝘳𝘦 𝘭𝘦 𝘥𝘰 𝘢𝘥 𝘈𝘯𝘥𝘳𝘦𝘢, 𝘭𝘦 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘦 70 𝘮𝘪𝘭𝘢 𝘧𝘪𝘯𝘪𝘴𝘤𝘰𝘯𝘰 𝘪𝘯 𝘣𝘢𝘯𝘤𝘢, 𝘴𝘶 𝘶𝘯 𝘭𝘪𝘣𝘳𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘷𝘪𝘯𝘤𝘰𝘭𝘢𝘵𝘰 𝘢 𝘯𝘰𝘮𝘦 𝘥𝘪 𝘈𝘯𝘥𝘳𝘦𝘢.
© Recensioni Malsane Reloaded











Rispondi