I musicarelli italiani degli anni ’70 e ‘80

Il musicarello è stato un genere di grande fortuna nell’ Italia degli anni ’60, ma molti non sanno che anche negli anni successivi alcune nostre star musicali si sono cimentate – con relativo e successivo pentimento – in questo tipo di avventura cinematografica, quasi sempre con risultati disastrosi, sia in termini di resa commerciale, sia in termini artistici.

Ecco qui una carrellata di imbarazzanti locandine, che raccoglie e vi mostra il patetico colpo di coda di questo genere, avvenuto tra gli Anni 70 e 80, con maldestri tentativi di rinnovare la formula di un genere cinematografico ormai morto e sepolto.

Si va dal “Ciao Ní” di sorcina memoria (con richiami felliniani e pretese pseudo-psicanalitiche, e che in realtà, nonostante fosse costato due lire, ebbe un certo successo al botteghino), al “Ciao Ma” tutto girato attorno a Vasco Rossi, che in questo caso non appare come attore, ma si intravede in qualche scena fintamente ripresa di nascosto, e in alcuni stralci di un concerto all’epoca di “C’è chi dice no”.

C’è poi il semi-autobiografico “Cicciabomba” di Rettore, e il dimenticatissimo “Maschio, Femmina, Fiore, Frutto” con Anna Oxa e che ci regala alcuni agghiaccianti balletti, le cui coreografie ricordano le recite scolastiche di fine anno, ma anche una versione tutta italiana di “Because the Night” con la Oxa che si sforza di simulare una voce “rock”, che mette davvero i brividi (e non in senso positivo).

Ho incluso anche gli ibridi “lacrima movie/musicarello” di Domenico Modugno, che cavalcarono furbescamente l’onda dei successi commerciali di due sue fortunate quanto discutibili canzoni del 1976, ma anche il tentativo malamente riuscito di Al Bano e Romina che con “Champagne in Paradiso” provarono a rinverdire i fasti dei loro musicarelli anni ’60.

Ma il più brutto della lista, a cominciare dalla locandina che plagiava la copertina Atlantic Crossing di Rod Stewart, è quello di Alan Sorrenti “Figlio delle Stelle”, diretto da un esordiente Carlo Vanzina, e che tra un “dammi il tuo amore” e uno stonatissimo “dicitencello vuie” cantato in presa diretta, vedeva il celebre protagonista interrogarsi sugli effetti deleteri del successo, e porsi inutili quanto banali questioni esistenziali allo specchio.

Dalla raccolta ho escluso la filmografia di Nino D’Angelo, che al confronto era Truffaut, e a modo suo ha tenuto banco con questo genere per tutti gli anni 80.

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