“BALLO BALLO”: UN’OCCASIONE MANCATA?

Ne hanno parlato per mesi, anche grazie a quell’articolo di The Guardian, arrivato puntuale nel Novembre scorso, e che consacrava la nostra Raffaella come icona pop internazionale. 

L’hype per “Ballo Ballo” in italia, dunque era già a un buon punto di “cottura”, quando qualche giorno fa, il film è arrivato in streaming sulla piattaforma Amazon Prime, e accolto con una benevolenza unanime da parte della critica e dalla stampa italiana tutta. 

Prodotta in Spagna dalla TVE, col supporto, tra gli altri, delle italiane Rai e Indigo Film, “Explota Explota” (“Scoppia Scoppia”), è l’opera diretta dal giovane Nacho Alvarez, qui al suo primo lungometraggio, e interpretata dalla brava e giovanissima Ingrid Garcia Johnson, attrice poco conosciuta nel nostro paese, ma molto apprezzata e con all’attivo già una fitta filmografia. 

L’intera operazione si propone come un omaggio alla carriera di Raffaella Carrá e parte dall’intuizione, come ormai tutti sappiamo, di utilizzare le canzoni più famose dell’artista per ricavarci un vero e proprio musical cinematografico, sulla falsariga di “Mamma Mia” e le canzoni degli Abba.

La storia, ambientata nei primi anni ’70, a Madrid, racconta le vicende di Maria, che abbandona il fidanzato italiano proprio il giorno del suo matrimonio, e in preda alla disperazione scappa da Roma, con addosso ancora l’abito da sposa, e torna a Madrid, dove tra un Tuca Tuca e un Ballo Ballo, trova lavoro come hostess da terra all’aeroporto della città. Qui fa amicizia con la sua coetanea Amparo, con la quale va a convivere, e si ritrova, per una serie di circostanze, negli studi di TVE, dove viene scelta come ballerina de “Le sere di Rosa” programma di punta del canale. Nel frattempo, conosce anche il giovane Pablo, del quale si innamora e di cui non sa che è il figlio dell’odiato censore della rete televisiva con cui la ragazza si scontra perché non condivide la politica conservatrice e i tagli apportati al programma. Ovviamente tutto finirà allegramente a “tarallucci e vino”, come ogni musical che si rispetti. 

Il film, per quanto piacevole, colorato e divertente, non mi ha risparmiato momenti di noia e spesso, durante la visione (soprattutto dei momenti musicali), sono stato tentato dal saltare delle parti per far sì che finisse prima. 

Innanzitutto, la produzione tutta non sembra mantenere esattamente ciò che promette: quando si pensa ai musical si pensa alle sfarzose produzioni americane. E proprio perché ‘musical”, tutti i limiti produttivi del film qui saltano all’occhio con una maggiore evidenza. 

Molte delle scene musicali sono girate in un claustrofobico e minuscolo ambiente che nel film è un set televisivo, con un corpo di ballo striminzito.

Non aspettatevi, perciò, scene di ballo con decine di ballerini, in esterne ricche di comparse danzanti, o coreografie mozzafiato. Anzi i balletti, che vogliono in qualche modo ricordare quelli della Carrà appaiono un po’ legnosi e non particolarmente ispirati, e ricordano più le mossette delle Letterine tipo “Passaparola”, piuttosto che Grease o Mamma Mia, a cui il film pretende di appartenere, almeno nel genere. 

La fotografia, che nello sforzo di risultare luminosa e colorata, per dare risalto a quel certo gusto vintage-kitsch oggi tanto di moda, si risolve in un costante “smarmellamento” di borisiana memoria, che rimanda a produzioni televisive da fiction Rai, e più che immergerci nelle atmosfere degli anni ’70, ci riporta involontariamente alle atmosfere del “Ciao 2020” russo che abbiamo tutti visto il mese scorso, e che almeno non aveva le pretese di questo film, essendo esageratamente macchiettistico e televisivo.  

Certo, anche il macchiettismo di questo film è voluto, ma impera e domina su tutto anche quando non dovrebbe. I personaggi tutti (fatta eccezione per la protagonista, ben caratterizzata) sono stereotipi cinematografici, che seppur simpatici e interpretati da attori capaci, non danno profondità alle vicende narrate. Scelte di stile e di registro, dirà qualcuno, ma proprio perché i caratteri sono tutti abbozzati in maniera grossolana, il film necessitava, per funzionare, di essere bilanciato nella parte visiva, nelle scene musicali, nei balletti, come dovrebbe fare un musical. Cosa che qui avviene solo in minima parte. 

Tutti questi aspetti da me elencati, in ogni caso, sono suscettibili ai gusti personali di ognuno: magari a molti il film è piaciuto, ha divertito, magari qualcuno se lo è fatto piacere contestualizzandolo al budget (a quanto sembra) modestissimo, anzi apprezzando le soluzioni sceniche escogitate per sopperire ai limiti.

Quello che io invece trovo incomprensibile, se non imperdonabile, è il disastroso adattamento italiano. Uno dei peggiori che io ricordi. 

L’aver voluto riadattare le canzoni in italiano – non ricorrendo, tra l’altro, a cantanti professionisti, ma alle voci dei doppiatori, che per quanto volenterosi e intonati non sono neanche lontanamente all’altezza del cast spagnolo – ha avuto sulla versione italiana un effetto devastante. 

Partendo dal presupposto che nella sua versione originale, molte scene cantate sono costruite, anche nell’economia della trama, facendo riferimento al testo spagnolo delle canzoni, che spesso è diverso nei contenuti da quello originale italiano, l’effetto dell’edizione italiana, in alcuni casi è straniante, ma assume contorni sgradevoli e disturbanti quando notiamo costantemente che il labiale non coincide affatto con le voci del cantato. 

Un’idea, quella di ricantare le canzoni in italiano, che ha dato il colpo di grazia a un film già debole di suo, e il cui piatto forte era proprio la colonna sonora, arrangiata con una certa cura e ben interpretata dagli stessi attori del film. 

Un adattamento nostrano, inoltre, che ha snaturato la matrice stessa del film, che è profondamente ispanica, e che affonda, seppur attraverso le canzoni della Carrà, nella sua storia recente, nella sua cultura e nei suoi anni ’70. In altri termini, è un film che si svuota ulteriormente di significato se ne viene sacrificata la sua essenza, se viene completamente privato del suo fondamentale “spanish touch”

Che le canzoni siano state adattate in italiano solo perché il nostro pubblico le conosce così, è una scusa che non regge, visto che le canzoni delle Carrà, a mio avviso non perdono nulla nella loro versione in spagnolo, anzi ci guadagnano.

Un film da consigliare? Forse sì, per il suo proporsi come un film anomalo, e per il coraggio di aver immaginato un progetto comunque ambizioso, seppure riuscito a metà per gli evidenti limiti di budget.

Consigliato se vi piacciono le atmosfere kitsch e queer (a cui il film strizza l’occhio) e ovviamente se siete affezionati al personaggio della Carrà che, tra l’altro, appare frettolosamente nel finale – in un primo piano smarmellatissimo – in cui si limita a sorridere, come la Santa Chiara D’Assisi citata nel film, e benedicendo con un fugace saluto questo progetto cinematografico, a suo modo gradevole, se lo si guarda senza aspettarsi un nuovo “Mamma Mia”.

Vi sconsiglio ovviamente la versione italiana.

P.S. Degnissima di nota la versione in chiave moderna, riuscitissima, di ‘En el amor todo es empezar” cantato da Ana Guerra, e che accompagna i titoli di coda.

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