“Papà ritorna da noi” il film distopico-sentimentale venuto da lontano

Il cinema in Italia negli anni 70 e 80 era fatto di generi, sottogeneri, e sotto-sotto generi. Se un film con una particolare trama o una particolare atmosfera sfondava al botteghino, nel giro di qualche mese ne arrivavano i cloni, prodotti appositamente o importati all’ultimo minuto perché “assomiglianti”…e il motivo per cui nelle sale italiane di provincia nel 1974, approdo’ questo Nurith, del regista, sceneggiatore e produttore iracheno George Ovadia, fu probabilmente per sfruttare il filone dei lacrima movies, che in quel periodo, grazie al successo commerciale de L’ultima neve di primavera, attirava un certo pubblico al cinema. E lo si intuisce dal titolo italiano, Papà ritorna da noiun’esortazione che fa presagire lacrime, drammi familiari e quant’altro.

Nurith però, non è esattamente un lacrima-movie, ha poco di quel genere, qui non ci sono bambini trascurati e morenti. E’ un film che viaggia più dalle parti del musicarello.
E’ più o meno un melodramma con scene cantate, che nell’intreccio narrativo ricorda vagamente i film di Matarazzo degli anni 50, ed è un film che arriva da molto lontano, da una Israele del 1972, un Paese all’epoca con 3 milioni e mezzo di abitanti, e con una popolazione composta oltre che da ebrei di provenienza europea ed ebrei di provenienza orientale, anche da gruppi di etnie diverse, appartenenti ai territori annessi, e mal inseriti nel tessuto sociale.
Dico questo perché Nurith appartiene a un filone ben specifico del cinema israeliano, e cioè il “boreka-movie” che era un genere molto popolare, e che piaceva soprattutto agli ebrei non europei, a quelli provenienti dai paesi vicini.

Un cinema facile, comico o melodrammatico, piacione, a basso costo, ma con una forte valenza identitaria. 
Era un genere che in un certo modo dava voce a una parte della popolazione che nel cinema israeliano, quello colto, quello dei “grandi registi”, non veniva rappresentata. I “boreka-movies” non erano amati né dalla critica, né dal potere ed erano considerati film commerciali e volgari, un sottoprodotto per la popolazione “araba” (“boreka” è il nome di un pasticcino comune nei paesi arabi) e in un certo senso anche veicolo di istanze “sovversive”, poiché i valori che emergevano erano distanti da quelli pseudo-europeisti, a cui l’élite Israeliana tendeva, in più vi si raccontavano storie che “non esaltavano la causa sionista”.

Questi film in effetti mettevano il dito nella piaga delle tante contraddizioni del paese, e affrontavano storie, che seppur raccontate nello stile melodrammatico e canterino, davano risalto alla condizione e ai limiti sociali di una parte della popolazione. In Nurith, ad esempio, si racconta di un amore contrastato poiché i protagonisti appartengono a due “etnie” diverse. Questo particolare non emerge nell’adattamento italiano, ma è fondamentale se si vuole “comprendere” e contestualizzare il film.

Nurith era palesemente costruito attorno alla figura di Sassi Keshet, cantante “nazional-popolare” di successo all’epoca, e che all’interno del film, tra un dramma e l’altro, dispiegava una manciata di canzoni, come nei classici musicarelli nostrani. Canzoni sentimentali, orecchiabili e che restituivano un tappeto emotivo alla storia raccontata.

Il film, visto oggi, sembra venire da molto lontano, tanto da sembrare irreale, quasi un cartone animato in digitale, con i suoi colori saturi, le sue ambientazioni finto-ricche, minimaliste e che all’epoca volevano essere “moderne”. Un film che sembra giunto da una dimensione alternativa e distopica dei nostri anni 70. 

E’ un musicarello, come già detto, ma un musicarello triste, di una tristezza profonda, reale, che traspare anche nei momenti in cui vuole essere lieve o comico, poiché tra le vicende sentimentali dei protagonisti, si intravede in controluce, in quelle ambientazioni, in quelle facce, e nelle note di quelle melodie cantate, la tragedia di una nazione ancora in cerca di un’identità e che era appena reduce da un’ennesima guerra coi paesi vicini.

Nurith è dunque, una favola a lieto fine ambientata tra le macerie di un paese che faceva finta di essere moderno e felice

Eppure è un film che fa presa, attrae, piace, soprattutto perché fa sfoggio di una estetica sonora e visiva inedita, lontana, ma nello stesso tempo decifrabile e di presa immediata, il fascino poi e’ accentuato dalla qualità vecchia e corrotta della copia italiana della pellicola dal quale è stato effettuato il rendering televisivo, proprio a rimarcarne la provenienza remota. 

Nurith all’epoca portò al cinema un milione di spettatori israeliani, quasi un terzo dell’intera popolazione, ed ebbe anche un seguito l’anno successivo, Nurith 2, inedito in Italia, con lo stesso cast, e che riprendeva la storia proprio dove era stata lasciata, ma l’autore non ebbe vita facile in quel clima così ostile. Tra le altre cose, non si accettava che il regista e produttore di maggior successo al botteghino in Israele fosse un iracheno. Dopo una manciata di film e dopo il tramonto commerciale dei “boreka-movies”, George Ovadia si ritirò definitivamente dal cinema

Non si hanno notizie riguardo alle vicende italiane di questa pellicola, o almeno io non ne ho trovate, si presume che sia stata importata per una distribuzione minore, nelle sale di provincia, nelle parrocchie. Il film circolò anche nelle televisioni private durante i primi anni 80, ma è sempre rimasto un po’ “clandestino”, non immesso nella grande distribuzione, e inedito in Italia nella sua confezione restaurata in digitale. 

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