5 Matti al supermercato

Les Charlots furono essenzialmente un gruppo pop-rock demenziale, sullo stile di Elio e le Storie Tese, molto in voga per un certo periodo, e la loro incursione nel cinema degli anni 70 avvenne soprattutto per sfruttare il successo commerciale delle loro canzoni. 

Le Grand Bazar, arrivato nei cinema italiani nel 1974 con il titolo 5 matti al supermercato, non era il primo della serie e nemmeno l’ultimo. Ma fu quello che ottenne più successo, sia in Francia (dove quell’anno fu campione d’incassi) che all’estero. 
E fu il film che ce li fece conoscere anche in Italia dove l’improvviso interesse nazionale per “i 5 matti”, rafforzato anche dalla partecipazione del gruppo al Sanremo di quell’anno, fece sì che i distributori si affrettassero ad importare anche i precedenti e ad invadere tra il 1975 e il 1976 i cartelloni di tutta Italia, con titoli quali: 5 matti in mezzo ai guai (il primo della serie), 5 matti al servizio di leva5 matti allo stadio e 5 matti alla corrida.

Titoli che furono poi immessi un paio d’anni dopo nella nascente distribuzione televisiva per le antenne locali.

Il successo cinematografico de Les Charlots fu breve ma intenso: tra il 1969 e il 1975 girarono ben 8 film, ma in Italia tale interesse durò molto meno e si concentrò tra il 1974 e il 1977.

Il gruppo giró sporadicamente altri film fino al 1992, ma ben lontani dai fasti di Le Grand Bazar, che in un certo senso ha rappresentato l’apice della loro epopea cinematografica.

I “5 matti” ( in realtà Les Charlots erano in 4, ma in qualche film, non in questo, vi è un altro attore ad aggiungersi al gruppo ) erano bravi, divertenti, affiatati, e proponevano un tipo di comicità all’antica, basata sul corpo, di quella che piaceva tanto ai bambini, fatta di slapsticks e di situazioni irreali o paradossali. Erano in un certo senso eredi di Charlie Chaplin e Buster Keaton, o almeno a questo tendevano.
Per il successo cinematografico de Les Charlots va dato merito soprattutto al genio di Claude Zidi, importante regista e sceneggiatore francese, ricordato soprattutto per la versione live action di Asterix del 1999. Fu lui a dare un’estetica ben definita a questa manciata di film, e ad aver saputo “trasformare” una semplice band pop-rock demenziale in un’esplosiva formula cinematografica.

5 matti al supermercato è un film puramente comico, ma nella forza di questa comicità, si sprigiona anche una sorta di melanconia di fondo, una consapevolezza rassegnata che riguardava i cambiamenti che la società francese stava subendo all’epoca. In quegli anni si assisteva alla formazione dei primi agglomerati commerciali, e la relativa distribuzione di massa delle merci, nonché l’impatto alienante nelle abitudini e nel costume di intere comunità. 

E i nostri 5 “eroi” si trovavano a combattere in questo film (come dei nuovi Charlie Chaplin) contro la modernità, contro il potere asettico e inumano della grande distribuzione. 
La trama è semplice: un gigantesco supermercato irrompe in quella che sembra la periferia di una grande città francese. Se gli abitanti del quartiere se ne lasciano subito sedurre, quasi come in una sorta di trance collettiva, corteggiati da quello che sembra nuovo e moderno. I “5 matti”, capeggiati da un loro amico proprietario di un piccola bottega, rovinato dalla sproporzionata concorrenza, si ostineranno a sabotare il colosso commerciale sbucato “da un campo di rape” proprio di fronte alla sua bottega, in una vera e propria guerra, persa in partenza, Infatti i protagonisti non ne usciranno vincitori, e il film si conclude con la partenza rassegnata del loro amico verso “un posto migliore”, dove i supermercati non sono ancora arrivati. 

Il messaggio del film è pessimista e rassegnato, ma questo fa anche pensare che la cosiddetta “modernità” fu guardata in quei primi anni 70 con un certo occhio critico dalla società francese, e non accolta a braccia aperte (come si tende a pensare) se un film come questo, che seppur in chiave comica denunciava una certa realtà, ebbe cosí tanto successo.

Le Gran Bazar è un film piacevole e piacevolmente surreale, ben ritmato e ben sostenuto da attori di prim’ordine ad affiancare il quartetto, quali Michel Galabru, e Michel Serrault, quest’ultimo nel divertente ruolo del direttore del Supermercato. (Entrambi gli attori, lavoreranno insieme a Tognazzi nel 1978 per l’adattamento cinematografico de Il vizietto.)

In questo film siamo ben lontani dalla comicità di oggi, che è più erede di Woody Allen che di Buster Keaton, e che è basata sui dialoghi e sulle situazioni, piuttosto che su vere e proprie gag visive, come in questo caso. E che pochi oggi sono in grado di riproporre. L’ultimo esempio sembra risalire a Mister Bean.

Non mancano momenti cult, e che assumono una loro godibile indipendenza, se viste staccate dal contesto filmico. La gag della caccia ai maialini, ad esempio, rimane uno dei momenti più divertenti, ma anche più cinici, dal quale traspare tutta l’ironia divertita e cattiva di chi girò quelle scene. 
Le Grand Bazar dunque, è un film sconosciuto ai più, ma che vi consiglio di vedere, innanzitutto per rievocare appieno gli anni 70, ben suggeriti dal colore leggermente virato in giallo della pellicola giunta in Italia, fino agli abiti e alle pettinature dei protagonisti. Ma anche per guardare al tema della globalizzazione e delle multinazionali, quando ancora non avevano un nome, con l’occhio cinico e “amaro” di quasi cinquant’anni fa e su quanto questo tema, stesse insospettabilmente a cuore anche alle generazioni precedenti alla nostra. 

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