Ciao Ma’, il film con Vasco Rossi: la mia opinione

Avevo 17 anni quando questo film approdò nei cinema italiani nell’Aprile del 1988, ma di Ciao Ma’, “il film di Vasco Rossi” ne sentii parlare solo qualche anno dopo. E, se un adolescente dell’epoca, come me, che ascoltava anche Vasco, non fu “messo al corrente” dell’uscita di questo film, vuol dire evidentemente che gli stessi produttori non credettero fino in fondo a questo progetto tanto da non voler investire ulteriori quattrini in una promozione capillare.

Il film, di cui si conosce poco la genesi, fu sceneggiato a quattro mani da Roberto D’Agostino e Fiorenzo Senesi, e diretto da Augusto Caminito

Ed è proprio la mano di Roberto D’Agostino che si avverte maggiormente in questo instant movie giovanilistico, il cui racconto si sviluppa nell’arco di una sola giornata di giugno, che coincide con il concerto che quella stessa sera Vasco Rossi avrebbe tenuto al Palasport di Roma.

Il film si snoda in tante microstorie alternate, di alcuni giovani che si preparano per recarsi all’evento.

Nel cast, tutto formato da attori giovanissimi, spicca una già brava Claudia Gerini, nel ruolo dell’amica stronza, e un ancora sconosciuto Marco Leonardi, che però in quello stesso anno, grazie al ruolo dell’adolescente Totò nel celeberrimo Nuovo Cinema Paradiso vedrà spalancarsi di fronte a sé una brillante carriera internazionale.

Il film, verso la fine presenta anche molte belle scene tratte dal tour “C’è chi dice no”, che non furono girate per l’occasione, ma ricavate dal film-concerto “Vasco Rossi Live 87” del regista Nicola Metta, pubblicato in VHS in quello stesso anno.  Con un uso sapiente del montaggio, si riuscì ad alternare, senza troppe sbavature, queste immagini con le situazioni che avvengono tra i protagonisti mentre si trovano al Palasport. 

Come da tradizione per tutti i musicarelli anni ’70 e ’80, anche questo fu un flop annunciato e che non piacque né alla critica, né tantomeno al pubblico. 

Ma Ciao Ma’ non è esattamente un musicarello o, ad essere pignoli, non è un musicarello tradizionale, di quelli con il divo musicale di turno che si presta come attore protagonista, e che tra una scena romantica e l’altra, si esibisce in una manciata di canzoni. È più una commedia giovanilistica dai ritmi televisivi, e costellata da una serie di gag, in cui la scrittura di Roberto D’Agostino e il suo compiacimento nel voler affondare a piene mani nel trash cosiddetto “consapevole” e nella comicità “burina” alla “Mutande Pazze”, appaiono molto marcati.

Qui Vasco Rossi appare, in alcune comparsate, molto fugaci, nel ruolo di sé stesso, e sembra aderire al progetto anche in maniera generosa, ma non è il vero nucleo attorno a cui ruota il film, che sembra scritto e girato a prescindere dal cantante. Al suo posto ci sarebbe potuto essere, ad esempio, Zucchero Fornaciari, e la trama non sarebbe cambiata di una virgola, né tantomeno sarebbero cambiate le atmosfere. 

Infatti quello che salta subito all’occhio in questo film, è che non c’è nessuna aderenza tra l’estetica musicale del Vasco, o dei contenuti delle sue canzoni, con le scene girate, anzi a pagarne le spese è proprio quel certo “spessore” delle canzoni tratte dall’album “C’è chi dice no!” che (insieme a tante altre canzoni pop dell’epoca) fanno da tappeto sonoro a molte delle scene, e che qui vengono mortificate, banalizzate, da una leggerezza fin troppo voluta, nella scrittura di Roberto D’Agostino, il quale però, non manca, nel suo stile, di aggiungere delle stoccate feroci tra i dialoghi:

E’ bello che ci credete, ma il rock è un’industria mercantile, uno spettacolo di varietà per il sabato sera, non bisogna seguire gli idoli, sono solo marionette stagionali

E fa dire al padre di uno dei protagonisti

“ma chi cazzo è ‘sto Vasco Rossi? Ma non è quello che hanno messo n’galera? Quella specie de rottame umano? Mo’ l’hanno rimesso in circolazione? E je fanno fa pure i concerti? Io a quello non je farei fa’ manco ‘na recita di beneficenza all’ospizio, quer barbone alcolizzato”

ma anche (con la scusa delle scritte sui muri) alcuni slogan messi troppo in evidenza per essere casuali 

NO ALL’EROINA” – “NO ALLE SPESE MILITARI – NO ALLA GUERRA IMPERIALISTA”

quasi a voler rivestire di una patina quasi impercettibile di “consapevolezza sociale” tutto il progetto, che almeno ha il pregio di non apparire troppo bacchettone o particolarmente edulcorato.  

Il “popolo del Blasco”, come esso viene definito nello stesso film, però, qui non viene rappresentato affatto nei protagonisti, ma anzi si preferisce, nell’intento corale del film, far sfilare una manciata di stereotipi adolescenziali, delle figure preconfezionate, senza spessore, che vanno dal coatto tutto motocicletta e palestra, all’intellettuale timido e riservato, dalla ragazzina stile “albachiara” di buona famiglia bella, brava e tradita dalla sua amica del cuore, alla giovane commessa ingenua ma cafona alla ricerca perenne di un fidanzato, fino al fan sfegatato, un po’ problematico, che senza una precisa ragione stalkera il cantante. E l’elemento che li accomuna in maniera decisamente inverosimile è il fatto che siano fans di Vasco e quello stesso giorno andranno ad assistere al suo concerto. 

Ed è un peccato, un’occasione sprecata, se si considera che il cast dei giovanissimi attori, quasi tutti esordienti, appare spigliato e all’altezza, ma anche la mano del regista appare ferma e decisa nel gestire gli attori e nel catturare le atmosfere di una giornata romana estiva di quegli anni. 

Quello che stona in tutta l’operazione è proprio il registro “comico-burino” che si è voluto dare al film, con scenette degne del Pierino di qualche anno prima. 

Ci si accorge del potenziale sprecato anche assistendo alle belle scene di apertura e chiusura del film, le uniche davvero ben riuscite e a loro modo suggestive: la prima sulle note di “Vivere una favola” con delle immagini aeree che seguono i tir del tour di Vasco mentre arrivano a Roma, e la seconda, in cui, sulle note di “Ridere di Te”, tutto il cast si ritrova insieme, dopo il concerto, nel treno che li riporta a casa, scena dal quale poi partono i titoli di coda, e dove finalmente, i protagonisti appaiono un tantino “umanizzati”. Ed è in questi due episodi che le canzoni di Vasco vengono sfruttate bene come tappeto sonoro, ma è anche questo il registro sul quale, a mio avviso, si doveva calcare la mano, piuttosto che farcire tutto il film di scenette becere e grossolane che nulla hanno a che vedere con l’universo artistico del cantante.

In altri termini (e per concludere), nel suo alternarsi di situazioni, è un film che non annoia, ma ha una struttura esile e dai contenuti superficiali. Si lascia guardare per curiosità e per l’ombra del cantante che aleggia su tutta l’operazione, ma anche per le canzoni e la nostalgia che suscitano quelle atmosfere per chi, in qualche modo, le ha vissute.

Un’istantanea di quei tempi, leggera e a tratti piacevole, come lo potrebbe essere un qualunque episodio de “I ragazzi della 3° C”, ma trascurabilissima se non siete particolarmente affini all’ironia anni ’80 volutamente trash di Roberto D’Agostino (la cui impronta in questo film si avverte tutta) o se non vi piace la musica di Vasco Rossi.

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